Chiamiamo le cose con il loro nome, e forse andrà meglio

La rassegna stampa di questa mattina sembra un libro di fantascienza di basso livello. Il mostro sotterraneo, la fata bianca, il suolo assassino, il gelo eterno sono solo alcune delle espressioni usate per descrivere quello che è accaduto in questi ultimi giorni. Per chi legge magari tra un mese, sono espressioni usate per descrivere la terza fase del terremoto di Amatrice, quella del Gennaio 2017. Così come durante le alluvioni e le frane si leggono titoli come il mostro di fango, il clima impazzito, il fiume di sassi. Capisco l’esigenza di attirare l’attenzione, che a sua volta è un modo per sperare che il lettore dedichi qualche minuto del suo tempo a leggere l’articolo. Tuttavia, anche se mi ritengo in generale garantista, temo che vi sia meno etica di quanto vorrei e che sia più un modo per attirare l’attenzione sul proprio giornale, magari a scapito di un’altra testata.

La questione è che  personalizzando le catastrofi naturali e quindi dando l’impressione che siano cose “soprannaturali”, indomabili e ineluttabili, si alimenta la cultura del fatalismo e si favorisce la nostra naturale tendenza a pensare che non si possa aumentare la nostra preparazione ai rischi. Nessuno infatti, neanche nei film di fantascienza, avrebbe forza e coraggio di combattere il mostro di fango.

Immagine tratta da                                               http://4.bp.blogspot.com/_NElGexdHTtc/SOj0JKjRgwI/AAAAAAAAANk/7au3ls0Ve7o/s1600/IMG_0380.JPG

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