Comunicazioni ? Interrotte!

Questo articolo prende spunto da una situazione apparentemente non legata in alcun modo ai miei “soliti” argomenti. In realtà il legame c’è, eccome. Questi i fatti. Un paio di giorni fa ho scritto un post su facebook per prendere in giro, bonariamente e senza pretesa alcuna, coloro che usano una versione personale e  personalizzata della grammatica. Nel post dicevo che la grammatica è morta, anche a causa dell’uso di termini come apposto e affianco. Alcuni se la sono presa, altri ci hanno scherzato su e altri ancora si sono limitati a lasciare un like. A scanso di equivoci (qualcuno sicuramente cercherà errori di ortografia in questo articolo, e ne troverà, eccome se ne troverà….) occorre dire che la lingua sta cambiando. Si scrivono messaggi brevi, si compattano le parole, si eliminano i verbi. Questo, unito al fatto che si scrive sempre meno per raccontare ma quasi solo per dare informazioni, ha portato ad un impoverimento della lingua di cui anche io sono figlio. Non era mia intenzione criticare, e spero che il post sia stato interpretato nella giusta maniera. Io sono tra i primi a sbagliare; molte volte devo riflettere sulle parole e non mi vergogno a dire che ogni tanto morso dal dubbio apro il vocabolario, quella cosa giurassica che abbiamo sotto la televisione per sopraelevarne la base.

Più di una persona, addirittura anche a voce, ha tentato di convincermi che l’uso di termini come quelli a cui facevo riferimento nel post è voluto. Non si tratterebbe, dunque di errori, ma di una forma rafforzativa del termine per simularne la dizione nell’uso parlato. Secondo queste fonti, infatti, si tende a rinforzare la p o la f duplicandola. Queste argomentazioni non mi hanno affatto convinto; credo infatti che la spiegazione sia molto meno nobile. E sono inoltre convinto che, facendo circolare termini non corretti (comunque la si metta, apposto è il participio passare di apporre, ben diverso dall’uso che se ne fa, per esempio, dicendo metto a posto) magari per fare moda, questi poi verranno comunemente usati senza che nessuno si soffermi più a ragionare sulla loro correttezza grammaticale. Forse nel futuro saranno addirittura inseriti  nei vocabolari, come alcuni termini inglesi per i quali si pensa non esista un equivalente in italiano o, peggio, quei termini che vengono poi italianizzati. Ovviamente, non è il più impellente problema della nostra società, e non tocca a me o agli amici di facebook dire se è giusto o sbagliato, ma è comunque plausibile annoverare questo fatto come uno specchio dei tempi.

L’episodio, pur nella sua semplicità, merita una riflessione, anzi più di una. Non come evento in se’  che, come ho già detto e come sostiene anche un amico laziale affermando che può tutto risolversi in una aberrazione tipo dialetto romanesco,  è un capriccio linguistico. Ma assume una valenza diversa se ne allarghiamo la visuale alla comunicazione in generale. Facciamo, qui e nelle righe che seguono, l’ipotesi che chi scrive apposto lo faccia per enfatizzare il concetto.

E fissiamo un punto importante. Il divulgatore, ma in generale chiunque abbia a che fare con il pubblico, non deve solo parlare ma farsi capire. La buona comunicazione si fa quando qualcuno parla e l’interlocutore comprende.  Il che implica uno sforzo da ambo le parti e la capacità di chi spiega nel capire le difficoltà, i limiti o l’inesperienza di chi ascolta. Tradurre tutto a concetti già noti e comprensibili, insomma. Tutto questo è già difficile. Il medico per esempio, a parte alcune eccezioni, parla con tecnicismi che ti portano a pensare di essere quasi morto anche per un mal di testa. Lei ha una cefalea muscolo-tensiva bilaterale: faccio testamento, pensi tu. Prenda un analgesico, conclude lui. Se poi in questo quadro inseriamo anche gli “equivoci” (ho scritto apposto ma voglio dire a posto), la comunicazione diventa molto più complessa. E implica anche che chi parla e vuole farsi capire, non solo debba conoscere il modo più efficace di arrivare alle persone, ma debba anche tenere conto di eventuali equivoci (lessicali e non) e della sua ignoranza verso forme di comunicazione più moderne. Allargando il concetto a più ambiti, deve essere pronto a cambiare linguaggio e modi passando dalla conferenza scientifica al web o alla televisione. Tutto questo richiede una preparazione non indifferente. A pensarci bene, parlare in modo incomprensibile (la mappa di pericolosità indica l’accelerazione al suolo con probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni  su suolo rigido) va benissimo a tutte e due le parti. L’interlocutore non capisce (ma si giustifica con un era difficilissimo!) e lo scienziato si giustifica dicendo che la controparte non era preparata (era difficilissimo per lui/lei).  Tutti contenti dunque ? Sì, se trascuriamo il semplice fatto che così facendo la comunicazione è interrotta. Questo per dire che non ci si improvvisa scienziati, ma neanche divulgatori. Si può essere ottimi scienziati ma pessimi divulgatori e viceversa.

Anche per questo, alla fine, fare divulgazione è a modo suo un misto di scienza e di sociologia, con un pizzico di psicologia,  un pò di arte e tanto cuore.

 

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