Le strane conseguenze di una sentenza

Ha suscitato un certo clamore la conferma della condanna di varie persone, tra le quali la ex-sindaco di Genova Marta Vincenzi, al processo di appello per la alluvione che ha colpito Genova nel 2011. Subito dopo la proclamazione della sentenza, sui media e soprattutto sui social si è aperto un acceso dibattito, con prese di posizione più o meno illustri e discussioni anche infervorate tra le due fazioni, quella dei colpevolisti e quella degli innocentisti. Mi lascia un po’ perplesso la sicurezza nella posizione pro o contro di alcuni, considerando che solo i giudici e gli avvocati conoscono gli atti , le testimonianze, le accuse. Ma si sa, noi italiani siamo medici nella sala d’aspetto del dottore, commissari tecnici sugli spalti dello stadio, esperti muratori quando, da pensionati, guardiamo come procedono i lavori nei cantieri aperti. Quindi non mi meraviglia se confondiamo una simpatia o una opinione per un verdetto.

Io invece una idea precisa sui fatti di Genova non ce l’ho e non ho intenzione di esprimere pareri sulla sentenza se non quelle di buon senso tipo che occorre attendere il deposito delle motivazioni per farsi una opinione, che l’accusa non si basa sul non aver previsto l’evento ma averlo gestito male e che, apparentemente, il giudizio è stato formulato su presunte irregolarità nella stesura dei verbali relativi all’accaduto, sui quali secondo l’accusa alcune importanti informazioni sarebbero state manipolate per addomesticare la realtà. Infine, la regina delle ovvietà: non si può attribuire ad un solo amministratore le colpe di un territorio che si ribella alle vessazioni e alle incurie a cui è stato soggetto per decenni. Tuttavia non si diventa sindaco (e per legge anche responsabile di protezione civile in caso di calamità) per sorte, ma per scelta. E nell’accettare la carica, si deve essere consci che ci si assumono anche responsabilità lasciate in eredità da altri. Giuridicamente parlando, e per correttezza etica, non si può semplicemente affermare “ho trovato questa situazione” ma più correttamente “ho preso in carico” questa situazione.

Invece mi permetto di riflettere sulle conseguenze che questa sentenza potrebbe avere sul pubblico e sugli amministratori sia nel caso in cui dovesse essere confermata anche in cassazione che nell’ipotesi opposta. So che non è necessario, ma ci tengo a precisare che la giustizia deve fare il suo corso senza interferenze, quindi il mio resoconto vuole solo essere una analisi assolutamente obiettiva degli scenari che si potrebbero presentare senza velleità alcuna di influenzare il lettore.

Se la condanna dovesse essere confermata, passerebbe il pericoloso messaggio che la “colpa” di quello che è accaduto a Genova è solo in capo agli amministratori e che sono le loro mancanze ad aver trasformato l’evento in tragedia. Il pubblico, già incline ad agire poco verso una maggior autotutela, si sentirebbe in qualche modo autorizzato a non assumersi nessuna responsabilità per quella e tutte le catastrofi a venire. Perderebbe inoltre fiducia nelle istituzioni, rendendo ancora più difficile quel rapporto già profondamente minato da ipotesi complottiste.

Da parte sua, un qualunque amministratore ci penserebbe assai più a lungo a candidarsi e, una volta eletto, tenderebbe più di prima ad utilizzare il sistema delle allerte a difesa della sua posizione e a tutela dalle proprie responsabilità. L’impressione che questo già accada un po’ la abbiamo. Allargando il discorso alle autorità di Protezione Civile, possibile che da quando sono state codificate e perfezionate le regole per l’allerta ve ne siano state così tante ? Come facevamo prima che il ricorso all’allarme fosse così semplice ? Queste azioni contingenti rischiano di vanificare o annullare proposte a più ampia efficacia, educazione, azioni di bonifica, pulizia dei rii, per esempio. Che pagano poco o niente in termini di visibilità e richiedono tempi lunghi per l’attuazione. Nessuno vuole essere ricordato per aver iniziato un’opera mentre vi è la corsa a chiuderle, per prendersene il merito a prescindere. Le allerte sono apparentemente indolori ed economiche, mentre come ho già avuto modo di dire non sono né l’una né l’altra cosa.

Se il processo dovesse invece concludersi con una assoluzione, passerebbe il messaggio opposto. Nessuno è responsabile di niente, le catastrofi naturali avvengono e noi siamo inermi. Così il pubblico penserebbe che se non possono niente le istituzione, figuriamoci noi poveri cittadini. Sarebbe come buttare benzina sul fuoco del fatalismo.

Al di là dell’esito, situazioni come quelle del processo di Genova vengono discusse solo ed esclusivamente come fatto di cronaca, spesso in maniera emozionale e poco obiettiva, per cui chi ha votato quel sindaco o si ritiene soddisfatto del suo operato in altri campi tende a difenderlo anche in questo caso e viceversa accade a chi invece non lo ha gradito. Processi come questi, ma in maniera più generica eventi come questi, dovrebbero invece essere spunto per un dibattito approfondito e profondo su cosa non ha funzionato e su come ovviare in futuro alle mancanze rilevate. L’aspetto giuridico dovrebbe essere passato in secondo piano. Queste situazioni dovrebbero essere il punto di partenza per una nuova visione del territorio; dovrebbero essere uno sprone ad investire di più e meglio; a contrastare l’abusivismo; a perfezionare i piani di emergenza comunali; a formare meglio i decisori. Per esempio ancora non mi è chiaro perché al sindaco non sia richiesto (o addirittura imposto) di seguire un corso formativo sui fenomeni naturali, che restano solo “uno sgradevole incidente” in cui i nostri amministratori sperano di non incorrere mai.

Non possiamo dimenticare che in questo evento abbiamo lasciato sul campo molte vittime, danni ingenti e ferite incolmabili. E che quando si spegneranno i riflettori, non avendo approfittato del momento per aprire un serio dibattito, saremo di nuovo al punto di partenza. Questo è il vero oggetto della riflessione….

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